Il livello del Reno all’altezza di Kaub, il punto più critico per la navigazione lungo il fiume, si è attestato giovedì 30 luglio a 29 centimetri, secondo i dati dell’agenzia federale tedesca per la navigazione interna (WSV) riportati da Reuters, e potrebbe scendere fino a 26 centimetri nei prossimi giorni, avvicinandosi al record storico di 25,28 centimetri registrato nell’ottobre 2018. Le imbarcazioni hanno bisogno di una profondità navigabile di circa un metro e mezzo per viaggiare a pieno carico: al livello attuale, secondo diverse fonti di settore, le navi cariche possono trasportare solo intorno al 20% della loro capacità normale, rendendo necessario un numero di viaggi quattro o cinque volte superiore per movimentare gli stessi volumi di merci. Il calo è legato al nuovo caldo estremo che ha investito l’Europa occidentale, con temperature vicine ai 40 gradi in Germania nei giorni scorsi dopo un giugno già definito il più caldo mai registrato sul continente.

L’impatto economico: rincari nei trasporti e rischio per la crescita tedesca

Secondo l’agenzia federale delle vie navigabili, la fase di magra è iniziata quest’anno in modo “insolitamente precoce”. Gli economisti di Deutsche Bank Research hanno segnalato che la disponibilità limitata di alternative su rotaia, con alcuni collegamenti ferroviari importanti attualmente interessati da lavori di manutenzione, rende più difficile compensare i minori volumi trasportabili via fiume rispetto alle crisi idriche del 2018 e del 2022. Secondo alcune stime circolate tra gli analisti, un’interruzione prolungata della navigazione potrebbe sottrarre fino a 0,2 punti percentuali alla crescita economica tedesca. Nel 2018, un episodio di siccità prolungata sul Reno era costato all’economia tedesca circa lo 0,4% del prodotto interno lordo secondo le stime del Kiel Institute for the World Economy.

Le aziende chimiche e siderurgiche lungo il fiume

Le imprese chimiche e siderurgiche con impianti concentrati lungo le rive del Reno risultano tra le più esposte. L’amministratore delegato di BASF, Markus Kamieth, ha dichiarato in occasione della presentazione dei risultati semestrali del gruppo che non si può escludere il ricorso a clausole di forza maggiore o la comparsa di carenze di singoli prodotti negli stabilimenti collegati al fiume, sottolineando che la complessità delle strutture produttive integrate dell’azienda rende possibili effetti a catena anche in caso di carenza di una sola materia prima. BASF ha comunque affermato di essere meglio preparata rispetto alla crisi del 2018, quando la siccità le era costata circa 250 milioni di euro di utile operativo a causa dei tagli alla produzione, potendo oggi contare su navi specializzate a pescaggio ridotto e sulla possibilità di dirottare parte dei volumi su altre modalità di trasporto.

Anche Covestro ha adottato misure preventive, costituendo scorte di materie prime nelle scorse settimane e passando all’impiego di imbarcazioni con pescaggio più basso per continuare a operare. Il gruppo chimico ha precisato che tali misure comportano costi più elevati, poiché i carichi trasportati da ciascuna nave sono ridotti, il numero dei viaggi aumenta e con esso il consumo di carburante. Thyssenkrupp, dal canto suo, ha sospeso l’utilizzo della propria flotta di chiatte per il trasporto del minerale di ferro verso lo stabilimento di Duisburg, dove ha lievemente ridotto la produzione di ghisa a causa dei limiti nelle forniture di materie prime, optando per navi noleggiate con pescaggio inferiore; l’azienda ha comunque precisato che le consegne ai clienti non risultano al momento a rischio.

Il ministero dell’Economia tedesco ha dichiarato che le imprese si sono già adattate al rischio ricorrendo a scorte più ampie, nuovi siti di stoccaggio e una gamma più diversificata di rotte di trasporto, aggiungendo che gli effetti negativi dovrebbero quindi risultare complessivamente meno gravi rispetto agli anni precedenti.

La crisi si estende al Danubio: centrali nucleari fermate in Ungheria e Romania

La siccità che ha colpito l’Europa centrale ha investito anche il Danubio, sceso a un livello record in Ungheria e costringendo la centrale nucleare di Paks, che fornisce quasi la metà dell’elettricità del Paese, a un arresto pressoché totale nel giro di pochi giorni. Il livello del fiume è sceso di 28 centimetri sotto il precedente record del 2018, al punto che le bocche di aspirazione delle pompe di raffreddamento della centrale non riescono più a raggiungere l’acqua. Il primo ministro ungherese Péter Magyar, in carica dalle elezioni di aprile, ha definito la situazione “senza precedenti” e ha chiesto alla popolazione di limitare i consumi elettrici nelle ore serali di punta, mentre il governo ha invitato le grandi utenze industriali, tra cui case automobilistiche e produttori di batterie, a ridurre volontariamente l’assorbimento di energia.

Anche la Romania ha dovuto fermare uno dei due reattori della centrale nucleare di Cernavodă, che preleva a sua volta acqua di raffreddamento dal Danubio; l’operatore Nuclearelectrica ha definito la misura preventiva e ha escluso conseguenze per la sicurezza nucleare, la sicurezza del personale o l’ambiente. Un secondo reattore della centrale rumena era stato inizialmente considerato a rischio di fermata, ma è rimasto in servizio dopo una nuova valutazione dei parametri di funzionamento.

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